n. 6 - 28 aprile 2020 - Quarantena finita, ma non possiamo stare in pace

n. 6 - 28 aprile 2020

FASE 2. La quarantena è quasi finita, ma non possiamo stare in pace.
A meno che…

Credo in Dio perché un giorno lo incontrerò e non sarò carino con lui, ma avrò la forza di ringraziarlo anche solo perché ha saputo contenere tutta la mia rabbia. Quel giorno, so che mi ascolterà sinceramente, dopo di che andremo a prenderci una birra insieme e, ovviamente, pagherà lui. Credo in lui perché è l’unico debitore a cui dar credito, almeno fino a quando le banche faranno ancora mutui a tasso coronabond. Credo in lui perché, principalmente, credo in me e nelle mie risorse. D’io, è quello che ho capito fino ad oggi. Credo in lui, perché tutte le volte che ho rialzato la testa lui era lì, e non se sotto forma di lacrima o di sorriso, ma lui era lì e fumava Mallboro.

No.

Non è l’ora di religione, e dopo non ci sarà matematica con la prof con i baffi. È la rubrica che stavi aspettando. Quella che non ti servirà a nulla fino a quando non ne comprenderai il senso nascosto.

Il 4 maggio è alle porte e finalmente riaccenderemo le macchine.

Infileremo la chiave nella feritoia e pronti ad inquinare con la stessa grazia (e poca giustizia), ogni angolo della terra, ripartiremo. Il mondo, con noi, barricati in casa, diventa più verde. Sarà una coincidenza? Sarà un messaggio? 

Nel dubbio, accendo la macchina e vado a lavorare, sono stato convocato per le nove e non voglio tardare.

La radio rimbalza numeri con la freddezza tipica di chi non ne conosce nemmeno uno: contagiati, morti, guariti. I numeri sono importanti diceva la mia prof.ssa di matematica (quella con i baffi) ma ogni volta che sento associare il dolore ad una statistica vengo preso dallo sconforto di chi ha sempre preferito prendere insufficiente piuttosto che accettare la logica che sta dietro ad ogni formula.

Siamo esseri umani, nati per essere ricordati, incideva, con uniposca rosa, un anonimo poeta nei bagni della metropolitana (linea rossa).

Per tutto il viaggio penso a mio figlio di otto mesi. Sta crescendo. E, nonostante la quarantena, sta diventando ciò che già è. Un uomo.

Prima di partire, guardandomi negli occhi, mi dice: ca-cca. Emozione del momento a parte capisco che è già entrato nelle logiche lavorative per cui se vali ti apostrofano come un escremento. E questo mi consola. È intelligente, ha capito che indosso lo giacca non solo perché fa rima.

Rifletto su cosa lui ed i suoi tre fratelli ricorderanno di me. Questo virus mi sta facendo pensare che ogni giorno è importante lasciare un segno, nel nostro piccolo, più che mai, fondamentale.

I numeri non contano nulla perché senza l’uomo non ne sarebbero capaci. E visto che il coraggio e l’umanità faranno la differenza in ogni fase della vita, mi piacerebbe che un giorno, tu, figlio mio, leggessi cosa significa non ascoltare una prof con i baffi.

Ho cominciato a scriverti quando ho saputo che saresti arrivato in questa gabbia di matti ed oggi mi tornano in mente quelle parole perché non mi consola sapere che l’Italia non ha un piano vero per gestire una pandemia mondiale.

Probabilmente, un giorno, utilizzerai queste parole contro di me: lo so. Ma va bene. Sono mesi che ogni mattina mi sveglio alle cinque in punto ed inizio a parlarti. Guardo tua madre respirare lentamente e serenamente e non riesco a prendere più sonno ed allora piuttosto che raggiungere il record mondiale di occhiaie inguinali: correrò il rischio. Stai per nascere. Ed io sono felicemente spaventato. Potrei dirti, per far subito colpo, che è da una vita che ti aspetto. Ma non sarei sincero. Non sono capace di dire quello che penso se non ci metto anche un po’ di quello provo. Probabilmente non sono pronto, sei il mio quarto figlio ma non si è mai pronti. Non lo sono mai stato, del resto.

Sono cresciuto nella fiera consapevolezza di essere cronicamente impreparato e nemmeno una laurea, qualche master ed una ulteriore specializzazione sono riusciti a compensare. Un giorno capirai che “sapere di non sapere” è una buona filosofia quando si tratta di non pagare tasse o bollette varie ma i risultati sono sempre interessi e more e se questa è la tua intenzione sappi che fino a ventidue anni compenserò ma poi dovrai arrangiarti. Scherzo, ovviamente ma mica tanto.

Non riesco ad immaginarti senza guardarmi dentro. Sei l’amore che i cantanti cercano di mettere in rima. Sei la luce che filtra quando il buio della solitudine ti abbraccia. Sei la poesia che mai scriverò. Sei parte di me. Si, ma quale?

Per sapere chi sarai devi sapere chi sono. Un giorno ti chiederai da dove vengono quelle incertezze, da dove provengono quelle paure e perché quelle lacrime. Un giorno ti guarderai dentro e solo quando riuscirai ad uscirne capirai che quelle incertezze sono gli occhi di tuo padre, quelle paure i suoi polmoni e quelle lacrime un pezzo del suo cuore. Mi chiamo Flavio. Ma tu, puoi chiamarmi papà. Perdona il disordine mentale con cui cercherò di raccontare ma sto ancora cercando di capire di quanti pezzi sono fatto ed in questo casino generale sarà dura. Per te, però, cercherò di fare un bel puzzle ma non aspettarti granché. Non sono mai stato bravo con i lavori manuali.

La mia famiglia di origine è meridionale. Io sono meridionale. Cosa vuol dire? Vuol dire: Sicilia. La terrà più calda che abbia mai conosciuto. La terra dove la forza dei suoi abitanti è direttamente proporzionale alla loro genuina generosità. La terra dove la mafia non ha ancora fatto i conti con i siciliani. Ma, presto, li farà. La terra più arida e ricca di cui mai potrai fare a meno. Una volta vista, mi chiederai di tornare ed io ti accontenterò.

Certo, dovrai fare i conti con l’orgoglio, la tradizione, il rispetto della parola data, il valore della famiglia, l’umiltà, i pranzi che iniziano all’una e finiscono alle nove di sera del giorno dopo, le canzoni strappalacrime, le parole strette strette, quei chili estivi messi in due settimane e che forse smaltirai entro due anni, i cannoli, le cassate, le panelle alle undici, il giro dei parenti che se si offendono sono veramente cazzi, l’accoglienza che in nessuna parte del mondo ritroverai, i colori incredibili di una sera qualsiasi ed il profumo del mare alle sei del mattino. 

Parcheggio la macchina.

E timbro il cartellino, lascio che il computer si attivi e mentre un raggio di sole cerca di scaldare la mia mascherina ripenso a te e a quelle parole.

Le persone sono meravigliosamente mutevoli. Quando pensi di avere inquadrato qualcuno, quel qualcuno ti stupirà. Forse in peggio. O forse no. Non etichettare mai nessuno se prima non l’hai visto mangiare, ridere, correre ed incazzarsi. Non etichettare mai nessuno se prima non l’hai sentito parlare, gridare, cantare ed imprecare. Non etichettare mai nessuno se prima non l’hai visto soffrire. Non etichettare mai nessuno se prima non ti sei messo nei suoi panni almeno una volta.

Come tutti anche tu avrai una tua personalità, un tuo personalissimo carattere, un tuo caratteristico modo di essere. Ti avviso da subito che molti proveranno a plasmarmi, a cambiarti. Sappi che nessuno potrà mai modellarti a proprio piacimento. Anzi, se qualcuno tenterà di farlo ti autorizzo già da subito a mandarlo a quel paese. Anche se sono io. Accetta i consigli, quando non hanno secondi fini.

Qualcuno ti dirà che il mondo è un posto del cavolo. Non è sempre così. Fino a quando le previsioni del tempo del tg quattro continueranno a non azzeccarcene mezza, ne varrà sempre la pena. Le api continueranno a produrre miele in primavera ed il sole scalderà fino a tardi in estate. Apprezza ogni piccola cosa, cerca il semplice e non legarti alla moda del momento. Non è un cellulare ultimo grido o una macchina sfrecciante che ti darà la felicità. Ricerca il piacere nello stare insieme a qualcuno, nel condividere degli ideali e nel faticare per il raggiungimento di un obiettivo positivo. Costruisci qualcosa e non giocare a distruggere gli altri. Sbaglia più volte ma abbi il coraggio di chiedere scusa. Non farti intortare dall’orgoglio. Nessuno è santo. Tutti sono discutibili. Mettiti in gioco, consapevole della fragilità che ti appartiene. 

Probabilmente non sarò un buon padre. Vedi, nessuno ti insegna a farlo. Ognuno si arrangia come può e non sempre la ciambella esce con il buco. Sono disordinato e scostante, perdo tutto, sporco puntualmente la tovaglia da tavola pulita al primo utilizzo e non mi segno mai le mille cose da fare. Mi impegno, questo è certo. Ma non illuderti. Fino all’età di dieci anni, ti sembrerò un grande. Uno giusto. Ma poi dai quattordici ai diciotto ti incomincerò a stare sulle palle. Me ne dirai di tutti i colori e mi accuserai di molte cose. Tipo che non ti faccio uscire abbastanza mentre gli altri genitori fanno fare tardi ai propri figli, che non ti ho mai dato retta e che non ci sono stato abbastanza quando avrei dovuto esserci. Dai venti ai trenta ti riavvicinerai con moderazione e forse inizierai a metterti nei miei panni. Ti prometto però che cercherò di lasciarti sbagliare. L’unico modo per responsabilizzarsi è cadere. Ed io ti asseconderò ma sarò sempre lì pronto ad aiutarti a rialzarti, se lo vorrai. Ti parlerò chiaramente non nascondendoti nulla. Ti abbraccerò prima di andare a letto e ti sveglierò con un bacio, tutte le mattine. Ti racconterò delle storie inventate dove tu sarai protagonista ed io un semplice narratore. Ti porterò a correre ed a ballare. Ti farò cantare e suonare quanto vorrai. Ti farò degli scherzi quando meno te lo aspetti e ti farò ridere tanto. Non cercherò di importi alcun credo, eccetto il Milan. 

Posso solo dirti, però, che Dio esiste e te ne accorgerai apprezzando incondizionatamente ogni essere vivente, ricevendo in cambio quella fiducia che sarà in grado di farti fare quarantadue chilometri di corsa senza sosta. Te ne renderai conto piangendo senza motivo una mattina di inverno inoltrato dopo aver visto come nessuno può essere cancellato se ha saputo amare e farsi amare. Cercalo nelle parole della tua poesia preferita, nella rubrica del telefono, nelle pagine delle pubblicità dell’Esselunga, in un campo di calcio, al mercato, nei boschi, nel sorriso di uno sconosciuto, in una pista di pattinaggio, in una piccola palestra sul lago, nelle tasche di un pantalone vecchio, nei titoli di coda, nelle pale di un vecchio mulino a vento, nelle foto sbiadite, nella peggiore trattoria, nella bottega di un vecchio falegname: lo troverai sempre. Chiamalo come vuoi. Lui, ci sarà. 

Apprezza ogni diversità. Le persone grandi sono quelle che sanno ascoltare tutti e dire le cose francamente. Apprezza le stelle del cielo, parlerai con loro quando ti sentirai a terra.

Squilla il telefono.

Ho solo il tempo di dire arrivo, alzarmi ed attraversare i corridoi deserti con dei guanti in lattice quando mi accorgo che che ogni mio pensiero è per te.

Ora.

Io non posso garantirti che ci sarò per sempre. Nessuno può farlo. I giorni passano in fretta e ricordare un passato assai remoto è il rischio pronto dietro l’angolo. Da quando ho saputo che ci sei ho cominciato ad avere paura. Paura di morire. Di non poterti vedere crescere e crescere insieme a te. Sono cresciuto pensando di essere il più forte, l’immortale invincibile, ma poi il sapore della terra ha avuto la meglio ed ho capito che sono più vulnerabile di una goccia d’acqua dolce in un mare salato. Spero di giocare con te con l’arco e le frecce, di rincorrerti sotto la pioggia, di abbracciarti dopo un brutto voto a scuola, di vederti ridere e piangere, di ascoltarti fino a notte fonda, di coccolarti, di aspettarti in piedi fino a tardi, di rimproverarti senza farti la morale, di raccontarti storie inventate per farti addormentare e di aiutarti a rialzarti ogni volta che lo vorrai. Da quando ho saputo che ci sei, ogni secondo conta. Non chiedo molto, solo di essere qui quanto serve e di non andarmene fino a che non sarai al sicuro.

Accendo la macchina.

La radio continua a giocare con i numeri ma non mi importa. Le persone contano per quello che lasciano e nessun numero, nessuna fase, nessun telegiornale le cancellerà.

Se vogliamo bene alla nostra Italia, trattiamola come un figlio.

Il senso, oggi, è tutto qua. 

Inviate le vostre considerazioni a This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.